Poesia

Kalendae maiae

“Maius adest. Da serta, puer: sic sancta vetustas instituit; prisci sic docuere patres. Iunge hederam violis: myrtum subtexe ligustris, alba verecundis lilia pinge rosis. Fundat inexhaustos mihi decolor Indus odores, et fluat Assyrio sparsa liquore coma. Grandia fumoso spument crystalla Lyaeo, et bibat in calices lapsa corona meos. Post obitum non ulla mihi carchesia ponet Aeacus; infermis non viret uva iugis. Heu, vanum mortale genus, quid gaudia differs? Falle diem: mediis mors venit atra iocis.”

traduzione:
“Ecco maggio. O paggetto, dà le corone; così stabilì la veneranda antichità e insegnarono gli antichi padri. Intreccia l‘edera alle viole, intreccia il mirto ai ligustri e svaria i gigli con delicate rose. Mi versi l‘abbronzato indiano i profumi che non vaniscono e stillino i capelli cosparsi di unguenti assiri. Capaci cristalli spumeggino di vino vecchio e la corona caduta beva nel mio calice. Dopo la morte, Eaco non mi offrirà nessuna tazza; non matura l‘uva sui colli infermi. O effimera stirpe di mortali, perché differisci la gioia? Inganna il tempo; la cupa morte viene in mezzo ai tripudi.”

Jacopo Sannazaro (1456-1530) in Vicinelli, Maestri e poeti della letteratura italiana. Antologia. Volume I, Edizioni Scolastiche Mondadori, Verona 1955, pp. 706-7.