Poesia

Fioritura di rose

Era primavera e, con morsi di fresco, carezzevole

soffiava il nuovo giorno nel mattino di croco.

Una brezza frizzante aveva precorso i cavalli dell‘aurora

e invitava ad uscire prima del troppo caldo.

Vagavo per l‘incrocio dei sentieri lungo aiuole umide

desiderando nella maturità del giorno rifiorire.

Vidi la brina gelata pendere dall‘erba curva

o stare dritta in punta alle verdure,

sui larghi cavoli rincorrersi gocce tonde…

Vidi roseti godere di curata bellezza come a Paestum

roridi al nuovo sorgere di Venere.

Gemme bianche di ghiaccio qua e là sugli arbusti

si sarebbero dissolte al primo sole.

Restavi in dubbio se l‘Aurora il rossore

rapisse ai fiori, o lo donasse, tingendoli.

Uno l‘umore, uno il colore, uno il mattino a entrambi,

infatti l‘astro ed il fiore hanno una sola signora: Venere

(forse anche un unico profumo: ma dell‘astro

si effonde alto nei cieli, della rosa è vicino):

dea della stella e dea del fiore a un tempo, Venere

la stessa porpora impone all‘astro e alla rosa.

Era il momento in cui i boccioli, aprendosi,

si dilatavano insieme nello spazio:

questa verdeggia di un cappuccio di foglie;

questa la strìa appena un rosso viola;

questa, dischiuso un poco in vetta il suo obelisco,

scioglie lo stilo della punta di porpora;

quella dissigillava i veli stretti sul capo,

già meditando di enumerare i petali:

eccola, snuda i pregi del calice ridente

ed esibisce i fitti semi gialli.

Questa, che balenava all‘incendio delle chiome,

perduti i petali resta deserta e stinta.

Meravigliavo della rapidità con cui colpiva il tempo fuggitivo,

e che – nascendo – invecchiassero le rose.

Ma ecco un‘altra chioma di porpora è sfiorita

mentre parlavo, e la terra splende del suo rossore.

Tante figure, e fioriture diverse, e innovazioni

un medesimo giorno schiude e annienta.

Ci lamentiamo, Natura, che la grazia dei fiori è breve,

e i doni che appena mostri subito strappi via;

quanto si estende un giorno, tanto la vita alle rose

e quella che vide nascere splendendo all‘alba

Venere trova anziana quando ritorna a sera.

Ma è bene così, perché, se muore in pochi giorni,

con altro fiore può succedere a sé, prolungando la vita.

Tu, ragazza, cogli le rose finché son fresche e sei giovane,

e non scordare che così precipita anche la tua stagione.

“Carmen de rosis nascentibus” scuola dei poeti novelli (117-180 d.c.) tratto da Francesco Della Corte, Antologia degli scrittori latini, Loescher, Torino 1973, pg.593