Poesia

L’ultima notte del Soratte

I
Il roseto respira leggero
accanto alla finestra degli addii.
Ignora, da innocente, il tradimento.
È in vendita la casa.
Non si trasportano altrove radici.
Nemmeno, forse, l‘anima.
Nove bocciòli nuovi si preparano
rossi, per il nuovo padrone.
II Nell‘ultima notte della casa
il tronco dell‘abete è puro argento.
Eppure non c‘è luna, non c‘è luna.
Di forza interna le scaglie scintillano.
Anche il Soratte sembra puro argento.
Fra gli ultimi gigli e le fiorenti ortiche,
io sola opaca, rosa mancata,
fantasma con valigie.
[…]
IV
Anomali vascelli queste nuvole
Senz‘àncora né ciurma.
Esagera il poeta le metafore.
Sa che portano altrove.
La rosa ha cento palpebre, sappiamo.
Dopo Rilke è difficile dirlo.
Ma non sapevo che per tante palpebre
centuplicato risultasse il pianto.
V
Caronte pesa l‘anima dei morti
e anch‘io ne so il peso:
quello che curva questa notte i tralci
del roseto piantato da lei.
Io le avevo promesso, come Enea,
di rifondare la casa perduta.
Meglio affidare i penati e le ceneri
alla pietà del vento.

Maria Luisa Spaziani, La stella del libero arbitrio, Mondadori, Milano 1986